Italia
Valle d'Aosta
Tra vallate silenziose, boschi profumati di resina e montagne imponenti che sembrano sfiorare il cielo, il Parco Nazionale del Gran Paradiso custodisce un patrimonio naturale e storico di valore inestimabile. Situato tra Valle d’Aosta e Piemonte, il Gran Paradiso è il parco nazionale più antico d’Italia: la sua istituzione risale infatti al 3 dicembre 1922, quando il re Vittorio Emanuele III firmò il decreto che sanciva la nascita dell’area protetta con l’obiettivo di preservare fauna, flora, paesaggi alpini e straordinarie formazioni geologiche.
Qui, altitudini differenti regalano ambienti sempre nuovi e spettacolari. Nei fondovalle si estendono fitti boschi di conifere dove dominano larici, abeti rossi, pini cembri e abeti bianchi. Salendo di quota, il paesaggio cambia gradualmente: i boschi lasciano spazio a praterie alpine e pascoli d’alta montagna punteggiati da fiori rari e preziosi come il Genepì bianco, la Pulsatilla alpina, il Ranuncolo pirenaico, l’Arnica montana e la Genziana gialla. Durante la primavera e l’estate questi pendii si trasformano in tavolozze naturali dai colori vivaci, attraversate dal profumo intenso delle erbe alpine.
Stambecco delle Alpi
La storia del Parco Nazionale del Gran Paradiso è profondamente legata allo stambecco, simbolo di queste montagne. Per secoli questo magnifico animale fu vittima della caccia indiscriminata e all’inizio dell’Ottocento ne sopravvivevano appena un centinaio di esemplari. Nel 1821 Carlo Felice, re di Sardegna, vietò la caccia agli stambecchi attraverso le Regie Patenti, anche se il sovrano manteneva per sé il privilegio di abbatterli durante le battute reali. Successivamente Vittorio Emanuele II istituì la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso nel 1850. Solo nel 1922 il territorio venne finalmente trasformato in parco nazionale. Durante la Seconda guerra mondiale il bracconaggio tornò a diffondersi a causa della povertà e della scarsità di viveri, ma nel 1947 venne creato ufficialmente l’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso, fondamentale per la tutela definitiva di questo ecosistema.
Lo stambecco alpino (Capra ibex) possiede un corpo robusto e arti forti che gli permettono di muoversi con agilità lungo pareti scoscese e dirupi; hanno corna (astucci cornei esterni composti di cheratina) permanenti e molto resistenti, inserite su cavicchi ossei che partono dall’osso frontale del cranio. La crescita delle corna si arresta ogni novembre (interruzione invernale) e riprende in aprile: è grazie a questo blocco che si originano gli “anelli annuali di accrescimento” (dette pause) visibili sul lato anteriore del corno stesso. Contando queste nodosita – escrescenze cornee – si può risalire al numero di inverni vissuti e di conseguenza all’età dell’animale. Nei maschi le corna, di colore marrone-beige, raggiungono una lunghezza di 90-100 cm e un peso di oltre 5 kg; nelle femmine invece le dimensioni sono notevolmente minori: le corna, marroni- nerastre, non superano i 30 cm di lunghezza e pesano solo 300 grammi.
Lo stambecco si nutre di erbe alpine, graminacee, muschi, licheni e giovani germogli che trova tra i pascoli d’alta quota. Durante l’estate trascorre gran parte della giornata a pascolare, accumulando energie preziose per affrontare il lungo inverno alpino. La stagione degli amori avviene tra dicembre e gennaio: in questo periodo i maschi combattono tra loro con impressionanti scontri frontali per conquistare le femmine. Dopo circa cinque o sei mesi di gestazione nasce generalmente un solo piccolo, capace già dopo poche ore di seguire la madre lungo i pendii montani.
Camoscio Alpino
Un altro animale che ho incontrato è il camoscio alpino (Rupicapra rupicapra). Il camoscio possiede un mantello che varia con le stagioni, diventando più scuro e folto durante l’inverno. Le sue corna nere e ricurve sono permanenti e presenti sia nei maschi che nelle femmine, anche se nei maschi risultano più robuste e uncinate. Questo animale vive soprattutto nei boschi e nei prati d’alta quota, dove si muove con incredibile velocità anche sui terreni più difficili.
Il camoscio si alimenta di erba fresca, arbusti, foglie, muschi e licheni. Durante l’inverno, quando il cibo scarseggia, riesce ad adattarsi nutrendosi anche di cortecce e vegetazione secca. Il periodo riproduttivo cade tra novembre e dicembre; dopo circa sei mesi di gestazione la femmina partorisce un solo piccolo, che viene protetto con grande attenzione nei primi mesi di vita.
Marmotta delle Alpi
Tra i prati alpini ho incontrato le marmotte (Marmota marmota), animali simpatici e curiosi che popolano le zone erbose del parco. Con il loro corpo tozzo, il pelo folto e il caratteristico fischio acuto, le marmotte rappresentano una delle presenze più belle delle Alpi. Vivono in colonie organizzate e trascorrono molto tempo scavando intricate tane sotterranee. Una delle curiosità più tenere riguarda il loro modo di salutarsi: spesso si sfiorano il muso e sembrano quasi scambiarsi un piccolo bacio.
Le marmotte si nutrono di erbe, radici, fiori e germogli alpini. Durante l’estate mangiano in abbondanza per accumulare il grasso necessario ad affrontare il lunghissimo letargo invernale, che può durare anche otto mesi. Quando una sentinella avverte un pericolo, come la presenza di una volpe o di un rapace, emette un fischio potente e acuto che mette immediatamente in allarme tutta la colonia. La riproduzione avviene in primavera, poco dopo il risveglio dal letargo, e la femmina dà alla luce generalmente da due a cinque piccoli.
Scoiattolo rosso
Lo scoiattolo comune si alimenta soprattutto di semi, pigne, nocciole, castagne, funghi e gemme, ma occasionalmente anche di piccoli insetti e uova. È un animale diurno e molto attivo, anche se nei mesi più freddi alterna momenti di intensa attività a lunghi periodi di riposo senza andare realmente in letargo. La femmina partorisce generalmente due volte l’anno, mettendo al mondo da tre a sei piccoli ciechi e privi di pelo. Dopo circa un mese i cuccioli aprono gli occhi e iniziano lentamente a esplorare il mondo esterno. Purtroppo in Italia questa specie è minacciata dalla diffusione dello scoiattolo grigio nordamericano, introdotto dall’uomo e particolarmente competitivo.
Avvoltoio barbuto
Tra gli incontri più emozionanti c’è stato quello con il gipeto (Gypaetus barbatus) uno dei rapaci più rari e spettacolari delle Alpi. Con un’apertura alare che può superare i due metri e mezzo, il gipeto domina il cielo con un volo elegante e silenzioso. Il suo aspetto è inconfondibile: ali lunghe e strette, coda a forma di cuneo e piumaggio chiaro sfumato di arancio sul petto. Questo magnifico avvoltoio alpino svolge un ruolo fondamentale nell’ecosistema montano.
Il gipeto si nutre di ossa, caratteristica che gli ha valso il soprannome di “mangiaossa”. Per romperle le lascia cadere dall’alto contro le rocce, riuscendo poi a ingerirne i frammenti ricchi di sostanze nutritive. Si alimenta anche di carcasse di animali morti, contribuendo così alla pulizia naturale dell’ambiente. La riproduzione avviene tra l’inverno e l’inizio della primavera: la coppia costruisce grandi nidi sulle pareti rocciose più isolate e la femmina depone una o due uova. Il piccolo impiega molti mesi prima di diventare indipendente e imparare a sfruttare le correnti d’aria alpine.